Presidente colpita in prima persona

  • Maria Walliser 20 Jahre Stiftung Folsäure Schweiz
  • Maria Walliser, Siri Anesini Spina bifida
  • Maria Walliser Stiftung Folsäure Schweiz Spina bifida
  • Siri Anesini Stiftung Folsäure Schweiz Spina bifida
  • Maria Walliser Siri Anesini Stiftung Folsäure Schweiz Spina bifida

Non è un caso che la presidente della Fondazione Acido Folico Svizzera sia Maria Walliser. L’ex sciatrice professionista ha avuto un’esperienza diretta con l’acido folico.


Nel 1991 Maria Walliser ha avuto una bambina nata con la spina bifida. Scoprite nella seguente intervista pubblicata nel 2020 nel magazine sull’acido folico come la figlia Siri Anesini e in cosa consiste l’impegno di Maria Walliser.

  • Maria Walliser, come sei diventata ambasciatrice e presidente della Fondazione Svizzera Acido Folico 20 anni fa?

    All’epoca Siri aveva 9 anni e Noemi 4; il mio incarico di rappresentare gli atleti per la candidatura di «Sion 2006» ai Giochi Olimpici era terminato. Avevo quindi più tempo per me ed è stato allora che mi è stato proposto di diventare ambasciatrice dell’acido folico in Svizzera per far conoscere meglio questa vitamina.

  • Cosa ti ha spinta ad accettare questo impegno?

    Era la proposta perfetta per me: volevo fare qualcosa di significativo, credibile e legato alla Svizzera. Questa attività soddisfa tutti i criteri; inoltre come mamma di una ragazza affetta da spina bifida, questo impegno mi sta particolarmente a cuore.

  • La Fondazione ha fatto molti progressi in questi 20 anni. Qual è il tuo personale bilancio?

    Estremamente positivo. È bello vedere che continuamente si uniscono a noi nuovi partner e l’acido folico è sempre più conosciuto nel corso degli anni. Mi sta particolarmente a cuore il nostro impegno nei confronti delle persone affette da spina bifida sotto forma di campi, weekend in famiglia, giornate di sport invernali, ma anche attraverso il finanziamento di attrezzature terapeutiche e sportive. Negli ultimi 20 anni ho incontrato molte persone meravigliose e sono nate anche delle belle amicizie a cui tengo molto.

  • In cosa si traduce concretamente il tuo impegno?

    Molto spesso fungo da «apriporta» perché conosco tante persone e posso trasmettere e stabilire contatti attraverso la mia rete. Inoltre, rappresento la Fondazione in qualità di ambasciatrice verso l’esterno e partecipo alla raccolta di fondi e ai progetti della Fondazione.

  • La tua carriera di campionessa di sci risale a quasi 30 anni fa. Oggi, chi è più famoso: tu o la Fondazione?

    All’inizio il mio nome e l’interesse mediatico verso di me hanno indubbiamente contribuito alla visibilità della Fondazione. Oggi è piuttosto il contrario: la Fondazione fa sì che la gente mi dimentichi un po’ meno velocemente. Ma fin dall’inizio l’accento è stato posto sull’acido folico e non sul personaggio Maria Walliser. La cosa più importante è che la Fondazione e la vitamina della vita siano sempre più conosciute.

  • Hai abbandonato il mondo delle gare di sci nel 1990. L’anno successivo è nata tua figlia Siri, affetta da spina bifida. Come ha vissuto quei momenti?

    È stato un periodo confuso, impegnativo ed emotivamente forte. Al termine della mia carriera di sciatrice professionista, avevo già svolto diversi incarichi nell’ambito delle PR e dei contratti pubblicitari. La diagnosi della spina bifida ha ribaltato la mia vita e ho deciso di dedicarmi completamente al mio compito di madre. Di conseguenza, gli aspetti sociali e interpersonali sono diventati molto più importanti e Siri mi ha aperto nuove prospettive, lontano dai riflettori.

  • Come hai vissuto il tuo rapporto con i media in quel periodo?

    Avevo già un buon rapporto con i media quando sciavo. Dopo aver annunciato pubblicamente la diagnosi di Siri, i media hanno lasciato me e la mia famiglia tranquilli, una scelta che ho apprezzato molto.

  • Come atleta di punta, hai imparato ad essere sempre positiva, ad analizzare le cose, ma anche ad accettarle. Questa esperienza ti ha aiutata?

    Sì, perché ovviamente la nuova situazione ha avuto un impatto su di me anche a livello mentale. Come sciatrice professionista, avevo imparato ad affrontare situazioni di stress e avevo già attraversato alti e bassi emotivi. Questa esperienza mi ha sicuramente aiutato.

  • Siri Anesini, come è stata la tua infanzia?

    Molto bella: facevamo un sacco di cose, i miei genitori mi portavano sempre con loro. Invece di focalizzarci su ciò che non potevamo fare, ci siamo concentrati su ciò che potevamo fare. Dicevamo: «Faremo anche questo, in un modo o nell’altro». Ovviamente questo atteggiamento mi ha influenzato molto.

  • Come hai vissuto da bambina la tua disabilità e come si è evoluta?

    Non l’ho vissuta necessariamente come un processo. La disabilità c’è sempre stata, quindi per me è stato abbastanza naturale; mi sentivo normale, ero me stessa. Su quattro ruote o su due gambe: non faceva differenza per la mia immagine personale. È stato più difficile invece andare a scuola perché ero l’unica bambina su una sedia a rotelle. Dalla terza elementare in poi, ho percepito in modo molto forte la mia diversità. Non ho un bel ricordo della scuola elementare, ma tutto per fortuna è migliorato quando ho iniziato il ginnasio.

  • Hai seguito autonomamente la tua strada fin dall’inizio, terminando gli studi di legge nel 2017. Sei l’esempio perfetto di una giovane donna che non si ferma davanti agli ostacoli. Ti piace questa immagine?

    È un ruolo che mi calza a pennello. Ho difficoltà solo quando le attività quotidiane vengono presentate come successi, ad es. «Brava, fai bene ad uscire», e così via. Ma sono molto felice di fungere da modello per gli altri.

  • Sei in contatto con altre persone affette da spina bifida?

    Sì, andavo regolarmente a trovare una famiglia di amici la cui figlia aveva cinque mesi meno di me e ho anche frequentato i campi organizzati da mia madre. Tuttavia, nella mia vita quotidiana frequento molte persone non disabili. In ogni caso, un’amicizia si basa su altri criteri. Le persone alte due metri non vanno necessariamente d’accordo tra loro solo perché condividono questa caratteristica.

  • Quali sono gli aspetti più difficili del vivere su una sedia a rotelle?

    Tutto richiede più tempo: vestirsi, andare in bagno, fare la doccia... Essendo una persona piuttosto impaziente, a volte vorrei poter fare tutto più velocemente.

  • Nella vita quotidiana, sei spesso vittima di pregiudizi o discriminazioni a causa della tua disabilità?

    No, non questo è un problema. Gli ostacoli sono più che altro di tipo architettonico o dovuti ad altre circostanze, ma in generale le mie esperienze sono abbastanza positive. Inoltre spesso, le esperienze negative sono causate da difficoltà nel gestire la situazione piuttosto che da una scarsa volontà.

  • Cosa vorresti chiedere alle persone non disabili nella vita di tutti i giorni?

    Relazioni più normali. Vorrei che tutte le forme di disabilità fossero considerate del tutto normali e che potessimo gestire la nostra vita quotidiana nel modo più semplice ed efficiente possibile. Non voglio essere trattata come un’eccezione, ma come una persona del tutto normale che, a causa della sua disabilità, è meno capace di fare questa o quella cosa.

  • Dal 2016 vivi a Malans, come i tuoi genitori. Ogni quanto vi vedete e come si svolge un tipico incontro tra madre e figlia?

    Due volte a settimana, spesso a pranzo, ogni tanto per un servizio taxi o spontaneamente. Ma naturalmente non è più come prima. Ora ho 28 anni, lavoro a tempo pieno, sono sposata, abbiamo un nostro appartamento: è tutto diverso rispetto a dieci anni fa.

  • Il distacco è una sfida sia per i genitori che per i figli. Com’è stato nella vostra famiglia?

    Maria: Quando si è così fortemente legati a un figlio e responsabili del suo benessere, bisogna prima abituarsi ad essere meno necessari. In realtà è un dono meraviglioso che oggi Siri sia così indipendente e viva la propria vita. Ma il processo di distacco è ancora doloroso e probabilmente non è ancora del tutto finito.
    Siri: Per me il processo di distacco è strettamente legato a mio marito. Per molto tempo sono stata «la figlia di». Oggi sono Siri Anesini, ho la mia vita, i miei successi, io e mio marito prendiamo le nostre decisioni – per noi. Per me è fantastico, ma capisco che non sia così facile per mia madre.

  • Vi assomigliate tra madre e figlia?

    Siri: Esteriormente, siamo molto simili; interiormente abbiamo molte similitudini, ma siamo anche molto diverse. Oltre all’emotività che ci accomuna, condividiamo anche un lato molto razionale e pragmatico. Io sono molto diretta e molto più ostinata di lei.

    Maria: Il mio percorso familiare è stato completamente diverso; mi sono sempre adattata, volevo accontentare tutti. Mi piace il ruolo di padrona di casa che vizia i suoi ospiti.

  • Cosa avete imparato dalla vostra relazione?

    Siri: Ho imparato che nonostante la mia «specificità», sono una persona completamente normale. Ciò mi ha permesso di costruire una buona base per il futuro e per questo sono molto grata a mia madre.

    Maria: È difficile da riassumere in poche parole... avere un figlio disabile è una scuola di vita, che ti impegna tantissimo, ma ti arricchisce come non mai.

  • Cosa vi augurate per i prossimi 20 anni?

    Maria: Imparare a invecchiare e a coltivare il mio giardino interiore, seguire il mio intuito, il mio cuore.

    Siri: 20 anni? È un lungo periodo... spero solo che la mia vita continui su questa linea positiva e che non succeda nulla di brutto, né a me, né ai miei cari.